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Costo server aziendale: conviene un server proprio in cinque anni

Il conto di un server proprio è fatto di sei righe, e nel preventivo di solito se ne vede soltanto la prima. Qui ci sono tutte e sei, con prezzi pubblici — e l’ammortamento fiscale, che per una società a responsabilità limitata italiana riduce l’IRES, ma non restituisce il prezzo della macchina.

Confronto a cinque anni tra server proprio e noleggio: prezzo dell’hardware, fascia elettrica, licenze per core e tempo di una persona

Il conto di un server proprio è fatto di sei righe, e nel preventivo di solito se ne vede soltanto la prima. Qui ci sono tutte e sei, con prezzi pubblici — e l’ammortamento fiscale, che per una società a responsabilità limitata italiana riduce l’IRES, ma non restituisce il prezzo della macchina.

«Non abbiamo più un server nostro, teniamo tutto nel cloud» e «un server proprio in cinque anni si ripaga» sono due frasi che, nella stessa settimana, si sentono da due persone che lavorano entrambe con i computer e sono entrambe convinte. La cosa più interessante è che quasi nessuno dei due ha calcolato fino in fondo né l’una né l’altra variante, perché il conto è fatto di sei righe, e nel preventivo di solito se ne vede soltanto la prima.

Questo articolo calcola il costo di un server proprio e di uno a noleggio con prezzi pubblici, e nomina anche la riga che in Italia si sbaglia più spesso — il risparmio fiscale, che per una società a responsabilità limitata c’è, ma non è il prezzo della macchina. Non si tratta di quale piano di hosting serva al sito web; a quella domanda risponde un articolo a parte su hosting condiviso, VPS e server cloud. Qui si parla dei sistemi aziendali, di una macchina fisica e della domanda se comprarla o noleggiarla.

Che cosa confrontiamo esattamente e quali sei righe compongono il conto

Il confronto è tra una macchina che l’azienda compra e mette in casa, e una macchina equivalente che noleggia da un data center, in entrambi i casi guardando cinque anni in avanti. La finestra di cinque anni non è scelta a caso — è circa il tempo dopo il quale il server esce dalla garanzia e comincia a chiedere una decisione, ed è anche il tempo in cui i canoni di noleggio fanno in tempo a raggiungere un ordine di grandezza pari al prezzo d’acquisto. Una finestra più corta sembra sempre favorevole al noleggio, una più lunga sempre all’acquisto, quindi qualsiasi calcolo di questo tipo va letto insieme al suo periodo.

Le righe sono sei, e di solito soltanto la prima arriva in una presentazione: il prezzo dell’hardware, l’elettricità, lo spazio e il suo raffreddamento, le licenze software se servono affatto, il tempo di una persona che tiene in piedi il sistema, lo aggiorna e reagisce quando qualcosa scatta il venerdì sera, e infine la garanzia, con ciò che accade dopo la sua fine. Sul lato del noleggio le prime tre righe sono comprese nel prezzo, la quarta di solito no, la quinta dipende da quanto lavoro è incluso nel contratto, e la sesta sparisce e basta, perché l’hardware non è Suo.

Più sotto, per ciascuna riga, c’è un numero vero da una fonte pubblica, e dove un numero onesto non c’è, lo diciamo così. Due delle sei righe con fonti pubbliche non si chiudono, e non è un difetto del calcolo, ma la cosa più importante che da un confronto del genere si può imparare — cioè che l’incertezza più grande sta proprio in quelle righe che di solito si riempiono a sensazione.

Un’altra cosa da mettere sul tavolo prima di calcolare è che i due lati non sono lo stesso prodotto, anche se la specifica coincide. Comprando la macchina, l’azienda ottiene un bene che può riconfigurare, spostare o vendere, e insieme si assume tutto ciò che le può succedere. Noleggiando, ottiene un servizio con un confine di responsabilità definito e perde la possibilità di disporre dell’hardware a proprio giudizio. In tabella questa differenza non compare, perché non è in denaro, eppure è proprio essa a decidere la maggior parte delle decisioni vere, e per questo è onesto nominarla prima dei numeri.

Il costo di un server, visibile subito, e che non è quello della pubblicità

Il Dell PowerEdge T360 è una tipica macchina tower a un processore, che una piccola azienda comprerebbe per il proprio locale server. Nel negozio Dell degli Stati Uniti parte da 5.599 dollari, ma quella configurazione è un Xeon E-2414 a quattro core, un solo banco da 32 gigabyte di memoria, un solo disco da due terabyte e — questo è il punto — un anno di supporto di base. Nel configuratore Dell Irlanda una macchina simile, ma montata in modo più realistico, con due alimentatori, un controller RAID e quaranta mesi di supporto, costa 10.982,22 € IVA esclusa.

La differenza tra questi due numeri non è uno sconto, ma due macchine diverse, ed è proprio qui che nasce la maggior parte dei confronti infondati. Il passaggio dal supporto di base a uno in cui il tecnico arriva il giorno lavorativo successivo, nello stesso configuratore, costa altri 658,57 €, la reazione in quattro ore 1.333,66 €, e il termine massimo offerto è cinque anni. HPE, nel proprio negozio, mostra la stessa classe sia a 7.017 sia a 3.590 dollari in due punti diversi del proprio sito, e questa è una buona nota a margine: il prezzo «a partire da» sui server non è un prezzo, è un invito ad aprire il configuratore.

La sequenza pratica, perciò, è l’inverso di quella abituale: prima si scrive che cosa la macchina deve fare e per quanto deve restare in garanzia, poi la si monta nel configuratore con tutte le righe, e soltanto il numero ottenuto è quello che si può confrontare con il prezzo di noleggio. Sul lato dell’acquisto c’è ancora una riga che in questo momento nessuno vede — che cosa succede il sesto anno, quando la garanzia è finita e il disco salta il sabato notte.

Nel configuratore ci sono anche diverse righe che spostano il prezzo più del processore, e di solito le si sceglie per abitudine. Due alimentatori in uno chassis hot-swap, nella stessa configurazione Dell, costano 507,12 € in più di una coppia più semplice e 714,63 € in più di un unico blocco non ridondante; sostituire il controller RAID con un modello più semplice toglie 1.982,02 €. Nessuna di queste decisioni è giusta o sbagliata in sé, però i blocchi ridondanti insieme al controller RAID sono circa il 23% del prezzo della macchina, e conviene prenderle di proposito, non lasciarle come il configuratore le ha messe per impostazione predefinita.

Elettricità, dove conta la fascia, non il prezzo

I prezzi dell’elettricità per le imprese li pubblica Eurostat, e c’è un dettaglio che cambia il risultato quasi del doppio. I prezzi sono raggruppati per fasce di consumo annuo, e un server che consuma cinquanta watt in continuo, in un anno, consuma circa 0,44 megawattora — cioè finisce nella fascia più piccola, non in quella di cui parlano i titoli. In Italia, nella seconda metà dell’anno scorso, nella fascia più piccola un’impresa pagava 0,3771 € per kilowattora al netto dell’IVA recuperabile, nella fascia media 0,2203 €.

La differenza è 1,7 volte, ed è proprio il punto in cui un calcolo ben intenzionato diventa infondato. Se i numeri si mettono nella fascia giusta, un server la cui dissipazione termica del processore è 55 watt costa in elettricità circa 182 € all’anno e, in cinque anni, circa 910 €. Non è molto rispetto al prezzo dell’hardware, ed è proprio per questo che questa riga conviene calcolarla onestamente, non saltarla: non è la riga che decide, e un calcolo in cui è gonfiata perde credibilità anche sulle altre.

Un altro errore su questa riga è la potenza dell’alimentatore: nel manuale di installazione Dell è scritto esplicitamente che il calcolo termico si fa sulla potenza nominale dell’alimentatore e che il consumo va verificato con Dell Energy Smart Solution Advisor, quindi un blocco da 450 watt non significa una bolletta da 450 watt. La dissipazione termica dei processori, nello stesso configuratore, oscilla tra 35 e 95 watt, e neanche quella è il consumo, soltanto il valore pubblico più vicino che il produttore fornisce.

Un altro motivo per calcolare questa riga da sé è che in Europa i prezzi differiscono di più di tre volte. Nello stesso periodo, nella fascia media, in Finlandia un’impresa pagava 0,0748 € per kilowattora, in Svezia 0,0970 €, in Irlanda 0,2552 € e in Germania 0,2264 €, mentre la media dell’Unione europea era 0,1837 €. Significa che lo stesso calcolo a Helsinki e a Francoforte dà risposte diverse, ed è proprio per questo che i data center nei Paesi nordici esistono — ma anche che un confronto fatto in un altro Paese, nella Sua situazione, può essere semplicemente sbagliato.

Spazio e raffreddamento, dove la risposta onesta è «non lo sappiamo»

La riga del raffreddamento di solito si riempie con un numero chiamato PUE — il rapporto tra tutto ciò che il data center consuma e ciò che consuma l’apparecchiatura stessa. Nell’indagine annuale dell’Uptime Institute, a cui l’anno scorso hanno partecipato 681 data center, questo rapporto in media era 1,54, e negli impianti consegnati negli ultimi cinque anni 1,48. Questi numeri sono corretti e utili, però descrivono sale costruite da professionisti, non un armadio in fondo al corridoio con il condizionatore split.

Per un armadio con condizionatore un PUE pubblico non c’è, e qui non lo inventiamo, il che in pratica significa due cose: se la macchina sta in ufficio, i costi di raffreddamento vanno misurati da sé — il modo più semplice è confrontare la bolletta elettrica in estate e in inverno — e lo spazio ha costi che non sono elettricità: il posto che altrimenti si userebbe, un gruppo di continuità con batterie che a loro volta vanno sostituite, e il fatto che qualcuno risponde della temperatura anche in ferie. Questi costi non sono grandi, ma non sono zero, e sul lato del noleggio non ci sono affatto.

C’è anche un costo di spazio che non si può esprimere in denaro e che tuttavia è reale: rumore e calore in un ufficio dove lavorano delle persone. Le ventole di un server sotto carico sono rumorose, ed è uno dei reclami pratici più frequenti in una piccola azienda che ha messo la macchina accanto alle postazioni. In un data center questo problema non ce l’ha nessuno, e in casa di solito ci si abitua, trovandole un armadio qualsiasi — che poi è proprio quello spazio di cui non si è misurata la temperatura né calcolato il raffreddamento.

Il tempo di una persona, che non sta in nessun listino

La quinta riga è quella che nei confronti si salta più spesso, perché non ha un prezzo pubblico: qualcuno aggiorna il sistema operativo, verifica che i backup si ripristinino davvero, segue lo stato del disco ed è raggiungibile quando qualcosa scatta fuori orario. Questo lavoro esiste su entrambi i lati, se la macchina non è gestita, e sparisce soltanto quando lo si è comprato insieme al server come servizio.

È onesto dire che una tariffa oraria pubblica di un amministratore di sistemi non l’abbiamo trovata e non la inventiamo. Ciò che possiamo nominare è la nostra tariffa pubblicata per il lavoro di sviluppo — 50 € l’ora — e qui vale soltanto come scala, non come prezzo di mercato per l’amministrazione. Con questa scala, due ore al mese sono 6.000 € in cinque anni, cinque ore al mese già 15.000 €, cioè molte volte tutta l’elettricità e più del prezzo stesso della tower montata, prima delle licenze.

È proprio questa riga a rovesciare il risultato più spesso: sul lato dell’acquisto è invisibile, perché il lavoro lo fa una persona che è già in busta paga, e quindi non compare in nessuna tabella; sul lato del noleggio è o altrettanto invisibile, o inclusa nel prezzo e quindi visibile. Un confronto in cui un lato mostra questa riga e l’altro la nasconde non è un confronto — ed è il modo più frequente in cui un server proprio, in tabella, sembra più conveniente di quanto poi risulti in pratica.

A questa riga appartiene anche un costo meno evidente, la sostituibilità: se il server lo conosce una sola persona e quella persona se ne va o si ammala, la conoscenza di come la macchina è montata se ne va con lei, e il successivo comincia con un’inchiesta. Il prezzo di questa soluzione compare una volta sola e di solito nella settimana peggiore possibile, quindi non lo si può calcolare in anticipo; ciò che si può è chiedere che la configurazione sia scritta e che il ripristino dei backup sia verificato a calendario, non a memoria.

Le licenze sono il punto in cui un server proprio all’improvviso costa o all’improvviso fa risparmiare

Se il sistema gira su Linux con PostgreSQL o MariaDB, la riga delle licenze non c’è affatto, e l’unico costo è la persona che lo tiene in piedi. Se il sistema chiede Windows Server, la riga compare ed è più grande di quanto sembri: si licenzia per core, il minimo è otto licenze per core a processore e sedici a server anche se il processore è uno, e in più per ogni utente o dispositivo serve una CAL (Client Access License). Microsoft, nel proprio listino, indica il prezzo al dettaglio consigliato di 1.176 dollari per sedici licenze per core, ma Dell, nello stesso configuratore, vende lo stesso prodotto a 1.571,33 €.

La licenza del database è ancora più tagliente: l’edizione Standard di SQL Server, nel listino Microsoft, costa 3.945 dollari per un pacchetto da due core, e il minimo è quattro licenze per processore fisico, quindi il conto più basso possibile è 7.890 dollari. Nel modello a core fisici l’edizione Standard copre soltanto l’ambiente fisico, non le macchine virtuali sopra, e la licenza per ambiente virtuale, con un minimo di quattro licenze ciascuno, è una strada a parte, disponibile soltanto con Software Assurance o con un abbonamento. L’argomento a favore dell’hardware proprio viene da Windows Server, dove vale un’altra regola: una licenza da sedici core, assegnata alla macchina fisica, copre l’host e due macchine virtuali, mentre a quattro macchine cloud da due core, licenziate ciascuna per sé, servono trentadue licenze per core, perché il minimo lì è otto a macchina.

Questo non è un racconto e non è una generalizzazione, ma una regola di licenza del produttore, che si può leggere nel suo stesso documento. Proprio per questo la riga delle licenze va calcolata prima di tutto il resto: se la risposta è Linux, è zero su entrambi i lati e non decide nulla, ma se la risposta è Windows insieme a SQL Server, allora le licenze possono essere la riga più grande di tutta la tabella a cinque anni e possono pesare più del prezzo dell’hardware e del canone di noleggio.

Le licenze di accesso sono una riga a parte, facile da dimenticare, perché cresce con l’azienda: nello stesso configuratore Dell una CAL utente di Windows Server costa 87,82 €, una CAL dispositivo 68,88 €, quindi per un ufficio di venti dipendenti sono circa 1.750 € in più sul prezzo del server e del sistema operativo. Windows Server chiede queste licenze in aggiunta alle licenze per core, non al loro posto. Per l’edizione Standard di SQL Server il listino Microsoft ha anche un secondo modello — licenza server 989 dollari più licenza di accesso 230 dollari ciascuno — e contro i 7.890 dollari del minimo a quattro core è più conveniente all’incirca fino a trenta utenti. Questo confine non è scritto da nessuna parte come raccomandazione; è una semplice divisione, che si può fare da sé.

Il lato del noleggio con prezzi veri, non con un numero tondo

Sul lato del noleggio i prezzi sono pubblici e li si può mettere su carta nello stesso minuto. Un server dedicato Hetzner AX42 con processore a otto core, 64 gigabyte di memoria e due dischi NVMe costa 97,30 € al mese IVA esclusa, più 1,70 € per l’indirizzo e 49 € di avvio una tantum, che in cinque anni fanno 5.989 €. Un OVH Advance-1 di generazione equivalente costa 159,99 € al mese con una quota di avvio uguale, che in cinque anni fa 9.759,39 €, e Scaleway offre una macchina simile a 89,99 € al mese.

A questi numeri vanno due note, senza le quali il confronto non è onesto: la prima è che queste sono macchine non gestite: il data center garantisce che l’hardware funziona e che la rete c’è, ma il sistema operativo lo aggiorna, i backup li verifica e gli incidenti li risolve una persona Sua. La seconda è che le voci più economiche dei listini non sono macchine confrontabili — un server da cinque euro con due core e quattro gigabyte di memoria è una classe del tutto diversa, e metterlo in tabella di fronte a una tower da diecimila euro significa confrontare prezzi, non soluzioni.

Il prezzo del nostro hosting gestito e infrastruttura server parte da 45 € al mese, che in cinque anni sono 2.700 €, ma è un terzo prodotto, non una versione più economica dei primi due. In quel prezzo è compreso anche ciò che, su una macchina non gestita, fa una persona Sua: aggiornamenti del sistema operativo, configurazione di sicurezza, backup quotidiani con conservazione di trenta giorni, monitoraggio 24 ore su 24 e una persona responsabile. Confrontando questi tre prezzi tra loro, confrontiamo un volume di lavoro diverso, non un hardware diverso.

Sul lato del noleggio ci sono anche due righe che nel listino stanno in piccolo e che possono essere decisive se il sistema invia molti dati. La prima è il traffico in uscita: sui server dedicati di solito è illimitato, ma con un collegamento più veloce non è più così e, sopra un certo volume, si comincia a pagare a terabyte. La seconda è la quota di avvio, che presso alcuni fornitori è uguale al canone mensile e, l’estate di quest’anno, è stata alzata. La logica di AWS è ancora un’altra — i primi cento gigabyte al mese verso internet sono senza costo, e dopo si paga per ogni gigabyte, il che per un sito web non significa nulla, ma per lo scambio di dati tra sistemi significa moltissimo.

Come funziona in Italia l’argomento fiscale dell’ammortamento

L’argomento che si sente più spesso a favore dell’acquisto suona così: il server è un cespite, lo si ammortizza in cinque anni, e questo ammortamento riduce l’utile, quindi l’imposta. Per una società a responsabilità limitata italiana la struttura è vera, e il motivo sta nella costruzione dell’IRES: l’imposta si paga sul reddito imponibile, non sugli utili distribuiti. Le quote di ammortamento del costo dei beni materiali strumentali sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione, in misura non superiore ai coefficienti stabiliti con decreto ministeriale, ridotti alla metà per il primo esercizio.

In pratica significa che comprare un server riduce l’IRES per le quote ammesse, e che quelle quote si possono scrivere nella tabella a cinque anni — non come restituzione del prezzo, ma come minore imposta. I coefficienti — compreso il 20% per le macchine d’ufficio elettromeccaniche ed elettroniche, computer compresi — stanno nel decreto del Ministro delle finanze 31 dicembre 1988 e valgono sia per l’IRES della società sia per l’IRPEF sul reddito d’impresa. Un’altra fonte spesso citata, l’ammortamento anticipato del comma 3 dell’articolo 102 del testo unico delle imposte sui redditi, è abrogata dalla legge 24 dicembre 2007, n. 244.

Una vita utile di cinque anni per i computer, nei documenti italiani, c’è davvero: è proprio quel coefficiente del 20%, e riguarda l’impresa, non un ente pubblico di bilancio. Perciò, se in un’offerta o in una presentazione c’è la riga «risparmio fiscale da ammortamento», va chiesta con più precisione: su quale coefficiente, se il primo esercizio è a metà, e per quale imposta. Per una società a responsabilità limitata la risposta di solito c’è, e in tabella quella riga resta — come quote deducibili, non come prezzo della macchina.

Da ciò non segue che l’acquisto in Italia sia sempre conveniente — segue soltanto che il vantaggio fiscale è un fatto, e il costo di cassa un altro. L’IRES si applica al reddito che resta in azienda tanto quanto a quello che si distribuisce, quindi un server non «sfugge» all’imposta per il solo fatto di essere un investimento. È un argomento di cassa, non un risparmio pari al prezzo, e la differenza tra queste due formulazioni è che la prima è vera, la seconda crea l’attesa di una somma che non arriverà. In bilancio l’ammortamento si calcola comunque per il conto annuale; l’IRES lo riconosce entro i coefficienti, non oltre.

Quando un server proprio vince comunque

Il primo caso, e il più chiaro, è la licenza, di cui si è detto sopra: se il carico chiede molti core e il software si licenzia per core, allora una macchina fisica, licenziata una volta, può costare sostanzialmente meno della stessa potenza, divisa su più macchine virtuali. Questo non è un ragionamento approssimativo, ma aritmetica sulle regole pubblicate dal produttore, e va calcolata prima della scelta della piattaforma, non dopo.

Il secondo è un requisito sulla residenza dei dati, e qui conviene essere precisi: il regolamento generale sulla protezione dei dati disciplina il trasferimento dei dati fuori dallo Spazio economico europeo, quindi un server in Germania o in Finlandia gli è conforme come un server a Milano, e «il regolamento esige un server in Italia» non è una frase corretta. Un Paese concreto lo può davvero chiedere un contratto o un bando di gara, e allora la fonte è quel documento, non la legge in generale. Se il settore esige la conservazione proprio in Italia, il vincolo è sul luogo, non sulla proprietà: lo si può soddisfare anche noleggiando, in un data center di quel Paese.

Il terzo è la distanza dalle apparecchiature: se il sistema guida una linea di produzione e il tempo di reazione si misura in millisecondi, allora una macchina in officina, accanto agli impianti, è fondata sul piano ingegneristico, e questo argomento non lo contestiamo. È onesto dire anche che un documento pubblico che formula questo requisito in numeri, nel caso generale, non l’abbiamo trovato, quindi conviene trattarlo come un ragionamento di ingegneria, che lo stabilimento concreto dimostra, non come una norma.

Il quarto è un caso di cassa semplice: se il server è stato comprato due anni fa e la garanzia pagata per cinque, i tre anni che restano sono già pagati e il passaggio al noleggio li butta via. È un argomento di cassa valido, soltanto non un argomento fiscale, e i due si confondono proprio perché in contabilità compaiono nella stessa tabella.

Come calcolare il proprio numero, invece di copiare quello di un altro

Il calcolo che decide qualcosa comincia dalla configurazione, non dal prezzo: scriva di quanti core, di quanta memoria e di quanto disco il sistema ha davvero bisogno oggi e di quanto ne avrà bisogno tra tre anni, e soltanto dopo cerchi i prezzi — uno nel configuratore del produttore con tutte le righe di supporto, l’altro nel listino di un data center per la stessa specifica. Questi due numeri sono gli unici direttamente confrontabili, e di solito stanno più vicini di quanto ci si aspetti.

Poi aggiunga le altre cinque righe a entrambi i lati, comprese le due che non si possono chiudere con una fonte pubblica, e annoti con quale ipotesi le ha riempite. Se il risultato cambia cambiando un’ipotesi, allora a decidere è proprio quell’ipotesi, non il server — e allora conviene verificare l’ipotesi, non scegliere la piattaforma. Questo è anche l’unico punto da cui consigliamo di partire: non dalla domanda «comprare o noleggiare», ma dalla domanda «quale riga, in questa tabella, è la più grande».

C’è anche una verifica che costa cinque minuti e protegge dall’errore più grande: prenda la tabella finita e si chieda in quale riga sta un’ipotesi, non un prezzo. Se risulta che la riga decisiva è il tempo di una persona o il raffreddamento, allora la decisione in realtà non è sul server, ma su quanto lavoro l’azienda vuole tenere in casa, e a questa domanda non risponde nessun listino. Se la riga decisiva sono le licenze, allora la decisione è sul software, non sull’hardware, e la si può verificare prima ancora di scegliere dove starà la macchina.

Se Lei ha una configurazione e Le serve di fronte un’offerta breve, confrontabile, con il lavoro incluso e senza righe nascoste, ci scriva. Se la decisione è già presa a favore dell’hardware proprio, non cambia nulla di quanto precede — le sei righe restano le stesse, soltanto che adesso sono tutte dalla Sua parte della tabella.

FAQ

Domande frequenti.

Quanto costa un server aziendale?

Dipende dalla configurazione più che dal produttore, e la differenza tra il prezzo della pubblicità e la macchina montata è del doppio. Un server tower Dell a un processore, nel negozio USA, parte da 5.599 dollari, ma quella configurazione è un disco, un banco di memoria e un anno di supporto; la stessa macchina con due alimentatori, controller RAID e quaranta mesi di supporto, nel configuratore Dell Irlanda, costa 10.982,22 € IVA esclusa. Perciò qualsiasi numero che non venga da un configuratore con tutte le righe, per un confronto, non va.

Un server proprio è più conveniente del noleggio?

In cinque anni i due lati di solito stanno più vicini di quanto ci si aspetti, e a decidere non è il prezzo dell’hardware, ma le licenze e il tempo di una persona. Un server dedicato con processore a otto core e 64 gigabyte di memoria, nel listino Hetzner, in cinque anni costa 5.989 € IVA esclusa, un OVH di generazione equivalente 9.759,39 €, una macchina Dell montata con il supporto circa 11.640 € prima del sistema operativo e prima di qualsiasi ora di una persona. Se il software si licenzia per core, il calcolo può rovesciarsi a favore della macchina propria.

Si può ammortizzare un server e così risparmiare sulle imposte?

Per una società a responsabilità limitata in Italia — sì nella struttura, ed è l’errore più frequente leggere questa riga come se restituisse il prezzo. L’IRES si paga sul reddito imponibile, non sugli utili distribuiti, e le quote di ammortamento dei beni materiali sono deducibili nei limiti dei coefficienti ministeriali, dimezzati nel primo esercizio. Il 20% per i computer sta nel decreto del 31 dicembre 1988 e vale anche per l’IRPEF sul reddito d’impresa. L’argomento vero di cassa è un altro: il prezzo esce dal conto oggi, l’imposta scende per quote.

Quanta elettricità consuma un server?

Meno di quanto mostri la potenza dell’alimentatore, ed è il primo errore su questa riga. Dell, nel proprio manuale, indica esplicitamente che il calcolo termico si fa sulla potenza nominale del blocco e che il consumo va verificato a parte, quindi un blocco da 450 watt non significa una bolletta da 450 watt. Il secondo errore è la fascia di prezzo: un server, in un anno, consuma meno di un megawattora e quindi entra nella fascia di consumo più piccola, dove in Italia il kilowattora costava 0,3771 €, non 0,2203 € come nella fascia media.

Quando un server proprio è la scelta migliore?

Più spesso quando si parla di Windows Server Standard e di come si licenzia per core. Una licenza da sedici core, assegnata alla macchina fisica, copre l’host e due macchine virtuali, mentre a quattro macchine cloud da due core, licenziate ciascuna per sé, servono trentadue licenze per core, perché il minimo è otto a macchina. L’edizione Standard di SQL Server, nel modello a core fisici, copre soltanto l’ambiente fisico, e la licenza per ambiente virtuale è una strada a parte, con abbonamento. L’altro caso è uno stabilimento in cui il tempo di reazione si misura in millisecondi. Un contratto o un bando di gara che nomina un Paese concreto, invece, limita il luogo, non la proprietà: se il settore esige la conservazione in Italia, lo si può soddisfare anche noleggiando.

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