Infrastruttura Tempo di lettura stimato: 13 min ·

Come scegliere l’hosting: che cosa confrontare prima di firmare

I piani di hosting differiscono meno dei contratti che li accompagnano. Verifichi quanto costa il secondo periodo, se il backup lo può ripristinare Lei e che cosa il provider consegna il giorno in cui se ne va.

Pagina di un contratto di hosting con clausole evidenziate sui backup e sul prezzo dopo la scadenza del periodo

I piani di hosting differiscono meno dei contratti che li accompagnano. Verifichi quanto costa il secondo periodo, se il backup lo può ripristinare Lei e che cosa il provider consegna il giorno in cui se ne va.

La fattura dell’hosting arriva di solito in casella quando nessuno ci pensa: il primo anno erano trentasei euro, il secondo sono settantadue, e in mezzo nessuno ha cambiato nulla, né sul sito né sul piano. Il numero di visitatori è lo stesso, i file sono gli stessi, eppure il prezzo è raddoppiato, sebbene non sia andato storto nulla e nessuno abbia tentato di ingannare. È semplicemente finito il primo periodo, e ha cominciato a valere ciò che stava da sempre nella stessa pagina di prezzi, solo sotto un altro titolo e in caratteri più piccoli.

La scelta dell’hosting quasi mai si decide sui parametri tecnici, perché quelli sono confrontabili, pubblicati, e per la maggior parte dei siti aziendali la differenza tra due piani è più piccola della differenza tra due anni dello stesso piano. Si decide su ciò che sta scritto nel contratto, e proprio lì quasi nessuno guarda, perché l’hosting si ordina in self-service, dove il contratto si conferma con una spunta accanto a un link che nessuno apre. In che cosa differiscono i tipi di piano lo abbiamo scritto a parte, confrontando hosting condiviso, VPS e Cloud Server; questo articolo riguarda ciò che resta quando il tipo di piano è già scelto, cioè le promesse, il prezzo dopo la scadenza del periodo, i backup e l’uscita.

La percentuale misura la disponibilità, non i Suoi danni

La percentuale di disponibilità è il numero più citato nella pagina di prezzi dell’hosting e insieme il meno capito, perché non è la promessa che il sito funzionerà, ma la base di calcolo di un indennizzo che quasi sempre non si versa in denaro, bensì come credito sulle fatture successive. Le condizioni di Hetzner per il Cloud Server lo formulano nel modo più diretto possibile, chiamando l’indennizzo Cloud Credits, escludendo il denaro e aggiungendo che altri rimedi non ci sono; Amazon Web Services e Google Cloud, nei propri documenti, usano altre parole, ma il senso è lo stesso.

L’altra faccia che resta inosservata è l’elenco delle eccezioni, e tende a essere più lungo della promessa stessa. La manutenzione programmata, di cui il provider ha avvertito, non si conta affatto, e non si conta nemmeno ciò che è stato causato dal software o dalla configurazione del cliente, che in pratica è un’eccezione assai più ampia di quanto sembri: un plugin installato male, un database sovraccarico o un’impostazione sbagliata restano responsabilità del cliente, indipendentemente da quanto a lungo il sito è stato irraggiungibile e da quanti ordini in quel lasso di tempo non sono arrivati. DigitalOcean, nelle proprie condizioni, lo chiama per nome, parlando del codice dell’applicazione del cliente e degli errori di configurazione, e accanto a ciò quasi tutti i contratti escludono la forza maggiore e le reti altrui al di fuori del perimetro del provider, cioè tutto il tratto dal suo router fino al Suo ufficio.

Nelle condizioni di OVHcloud per i server virtuali c’è un altro risvolto che merita un paragrafo a sé: la disponibilità lì si misura con richieste PING e, se la configurazione del cliente blocca quelle richieste, la garanzia semplicemente non si applica. Un’impresa che, per motivi di sicurezza, ha chiuso le risposte ping ha spento da sé lo strumento di misura su cui poggia l’intera promessa, e nessuno avverte di questo a parte, perciò è un buon esempio di perché i dettagli tecnici del contratto non sono una formalità giuridica, ma decidono se il numero scatta mai.

Infine l’indennizzo di solito non arriva da solo: va chiesto, e la richiesta ha un termine, che nel caso di Hetzner è di quattordici giorni dalla fine del mese, nel caso di Google Cloud di sessanta giorni, mentre Amazon Web Services conta fino alla fine del secondo ciclo di fatturazione. Un’impresa il cui sito era irraggiungibile, in quel momento, si occupa delle conseguenze, non di compilare un modulo, perciò il termine passa in silenzio e l’indennizzo che formalmente spettava non viene erogato a nessuno. Prima di firmare conviene dunque chiarire quattro cose insieme: chi misura la disponibilità e con quale strumento, che cosa sta nell’elenco delle eccezioni, entro quanto tempo va presentata la richiesta e se la garanzia si applica ai backup, perché la garanzia cloud di Hetzner non li comprende, come non comprende i firewall e i bilanciatori di carico.

Disponibilità e tempo di risposta sono due promesse diverse

Accanto alla percentuale di disponibilità, nei contratti compare spesso un secondo numero, che ha un’aria simile e significa tutt’altra cosa, cioè il tempo di risposta, che fissa quanto in fretta il provider risponde a un ticket, non quanto a lungo il sito resta in funzione. Un’impresa che ha comprato un tempo di risposta di quattro ore ha comprato la promessa che qualcuno riscriverà entro quattro ore, non la promessa che il problema in quattro ore sarà risolto, e la differenza tra queste due grandezze nella notte tra sabato e domenica è proprio la differenza che decide tutto: un ticket a cui si risponde in trenta minuti con una controdomanda sul nome a dominio, formalmente, è stato evaso.

Un terzo numero, che compare più di rado ma è il più importante proprio nel momento in cui si deve tornare operativi, è quanto tempo il provider si impegna a impiegare per rimettere in funzione il servizio dopo un incidente grave, insieme a quanto lavoro può andare perduto in modo irreversibile. La maggior parte dei contratti di hosting condiviso su questo non promette nulla, e non è nascosto, perché il punto corrispondente semplicemente non c’è; se nel contratto non è detto in quanto tempo si rimette in funzione il servizio e quanto si può perdere, allora la risposta onesta è che non è fissato né l’uno né l’altro, e entrambi, quel giorno, li deciderà come andrà.

In pratica significa che tre domande non si possono fondere in una: quanto a lungo all’anno il servizio può non funzionare, quanto in fretta qualcuno risponde e quanto in fretta tutto è di nuovo al suo posto, perché ciascuna ha la propria riga nel contratto oppure non ce l’ha nessuno, e il secondo caso è il più frequente. Per un’impresa il cui sito è soltanto un sito vetrina, può essere del tutto accettabile; per un’impresa il cui negozio è la fonte dei ricavi, la risposta sulla percentuale di disponibilità, delle tre, aiuta di meno, perché parla della statistica annuale nel momento in cui contano le prossime tre ore. Noi, quando ci occupiamo di hosting gestito e infrastruttura server, conveniamo su tutti e tre separatamente, proprio per questo motivo.

Il primo periodo finisce, e il prezzo cambia

Il prezzo pubblicizzato nel mercato dell’hosting è quasi sempre il prezzo del primo periodo, e il prezzo del secondo sta nella stessa pagina, solo meno in evidenza. Hostnet, nel settembre 2026, per il piano MINI chiedeva 2,99 € al mese se si paga per trentasei mesi in anticipo, e 5,99 € al mese se si paga ogni mese, mostrando lì accanto il piano PLUS a 5,99 € contro 11,99 € e il piano PRO a 6,99 € contro 15,99 €, tutti i prezzi IVA esclusa. Hostinger, lo stesso giorno, per il piano Premium chiedeva 2,99 dollari al mese su un periodo di quarantotto mesi e accanto scriveva che il rinnovo avviene a 10,99, mentre il piano Economy di GoDaddy costava 6,99 e si rinnovava a 11,99.

Nessuna di queste imprese nasconde nulla, perché i numeri sono pubblicati, stanno in una sola pagina e si possono leggere prima di ordinare; il problema è che la decisione si prende confrontando le prime colonne, e si paga vivendo nella seconda. Il primo periodo, per di più, è lungo, perciò tra la decisione e le sue conseguenze passano tre o quattro anni, e in quel momento un trasferimento sembra più caro della differenza di prezzo anche quando non lo è; proprio questo slittamento nel tempo rende il prezzo d’ingresso uno strumento di vendita efficace, e in ciò non c’è alcun trucco.

Il conto che qui aiuta è semplice e richiede cinque minuti: sommi quanto pagherà in cinque anni al prezzo di rinnovo, non al prezzo d’ingresso, e confronti le offerte su quel numero. Hostinger Premium, quarantotto mesi al prezzo d’ingresso, fa centoquarantaquattro dollari, ma il quinto anno al prezzo di rinnovo di 10,99 dollari al mese aggiunge altri centotrentadue, così che il totale a cinque anni è duecentosettantasei dollari, non centottanta, come mostrerebbe una semplice moltiplicazione per il prezzo d’ingresso, e la differenza non nasce perché qualcosa sia peggiorato, ma perché è finito il periodo promozionale. Hostnet MINI 2,99 € contro 5,99 € è un’altra meccanica — è il pagamento anticipato di trentasei mesi contro il pagamento mensile, non un prezzo d’ingresso che dopo il periodo diventa 5,99 €.

Faccia attenzione anche a se il periodo si rinnova in automatico e con quanto anticipo va comunicata la disdetta, perché il rinnovo automatico al prezzo pieno è proprio il meccanismo che produce la fattura raddoppiata, e il termine di preavviso tende a essere più lungo di quanto si ricordi. Se il provider non pubblica affatto il prezzo pieno, questa è già di per sé una risposta, perché un prezzo che non si può conoscere prima di firmare è un prezzo su cui non si può pattuire.

Un’impresa non è un consumatore, e questo cambia la conversazione

Qui in molti sbagliano, e sbagliano caro, perché la disciplina dell’Unione europea sulle clausole abusive nei contratti dei consumatori, la direttiva 93/13/CEE del Consiglio, si applica ai contratti tra un professionista e un consumatore, cioè una persona fisica che agisce per scopi estranei alla propria attività economica. Il Codice del consumo, decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, all’articolo 3 definisce il consumatore o utente come «la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta». Una società a responsabilità limitata che compra l’hosting per il proprio sito non è un consumatore, e questo cambia quasi tutto ciò che si è portati ad aspettarsi da un contratto.

Nei rapporti tra imprese si applica il Codice civile, e lì la libertà di contrarre è sostanzialmente più ampia che nel contratto del consumatore. Il diritto di recesso e il controllo delle clausole vessatorie di cui all’articolo 33 del Codice del consumo — le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio — restano strumenti del consumatore. A un’impresa non spettano, e il provider non ha l’obbligo di offrirli di sua iniziativa, anche se alcuni lo fanno per i clienti più grandi.

Il significato pratico è diretto e a volte sgradevole: il salto dal prezzo d’ingresso al prezzo pieno non è una clausola vessatoria che un’impresa possa impugnare con gli strumenti del Codice del consumo, ma una condizione su cui le parti si sono accordate nel momento in cui è stata messa la spunta. Il rinnovo automatico non è un trucco da cui la legge sul consumo protegge un’impresa, e non c’è nemmeno un dovere generale di avvertire del cambio di prezzo in modo particolarmente appariscente, se è già pubblicato nella pagina di prezzi; una modifica unilaterale delle condizioni, se il contratto la prevede, in un rapporto commerciale è assai più difficile da contestare che in un contratto del consumatore.

A un’impresa non resta soltanto di leggere il contratto. L’articolo 33 del Codice del consumo non le dà l’elenco delle clausole vessatorie; l’articolo 1341, secondo comma, del Codice civile elenca le condizioni generali che non hanno effetto se non sono specificamente approvate per iscritto: tra queste, la tacita proroga o rinnovazione del contratto e la facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione. Il salto di prezzo, di per sé, in quell’elenco non c’è. Leggere il contratto prima di firmarlo e pattuire ciò che non è accettabile resta quindi necessario, e sebbene suoni ovvio, proprio questo passo è quello che più spesso si salta, perché il modulo in self-service non dà la sensazione che sia in corso una trattativa. Per gli ordini più grandi la trattativa è del tutto possibile e i provider ci vanno, se si chiede; per gli ordini più piccoli la trattativa non c’è, ma la scelta tra due provider resta, e la si fa leggendo entrambi i contratti, non entrambe le pagine di prezzi.

Il backup nel contratto e il backup per cortesia

La parola backup nella pagina di prezzi può significare due cose del tutto diverse, e la differenza si scopre solo il giorno in cui la copia serve: il primo significato è una copia che il provider fa per le proprie esigenze, per ripristinare la propria infrastruttura dopo un incidente, il secondo è una copia che Lei può ripristinare quando Le serve, e la cui esistenza è un obbligo contrattuale. Nella pagina di prezzi le due si chiamano allo stesso modo, e solo nel contratto si vede quale delle due è stata comprata.

OVHcloud, nella propria documentazione, chiama questa differenza apertamente, scrivendo che i backup dell’hosting condiviso non sono contrattuali, che vengono offerti come aiuto aggiuntivo in situazioni di emergenza e che al cliente è consigliato di farsi le proprie copie; lì accanto c’è anche un dettaglio che cambia il senso del ripristino, cioè che il ripristino dal pannello sovrascrive l’intero contenuto dello spazio, non un singolo file. Per un’impresa che vuole riavere una pagina cancellata per errore, significa la scelta tra riportare indietro l’intero sito al giorno precedente e nulla.

Il contratto di Hostinger va ancora oltre, e conviene leggerlo alla lettera: il cliente vi è responsabile di farsi le proprie copie d’archivio, la copia del provider viene fatta una volta a settimana e sovrascrive la precedente, si conserva due settimane, è prestata come cortesia e può essere cambiata in qualsiasi momento, mentre gli account che superano i trenta gigabyte vengono esclusi del tutto dalla copia esterna. Significa che proprio i siti più grandi restano senza una copia conservata fuori dal server, e tutto questo è scritto nel documento del provider stesso, in cui non c’è nulla di sleale: semplicemente non è ciò che la parola backup fa aspettare.

C’è anche l’altro estremo, ed è altrettanto importante conoscerlo, perché nell’hosting web gestito di Hetzner le copie vengono fatte ogni notte, si conservano quattordici giorni in un data center separato e dal pannello il cliente può ripristinare singoli file, caselle di posta o database, e quella è già una copia con cui si può lavorare. DigitalOcean, dal canto suo, documenta ciò che molti scoprono troppo tardi, cioè che i suoi backup e i suoi snapshot non si possono scaricare, perciò la copia esiste, ma vive all’interno del provider e al momento di un trasferimento non ha alcun valore.

Le domande che risolvono questa parte sono quattro e valgono per qualsiasi provider: quanto a lungo si conservano le copie, con quale granularità si può ripristinare, se il ripristino lo può fare Lei o è un ticket a pagamento, e se la copia si può portare fuori. Noi stessi facciamo le copie ogni giorno, le conserviamo trenta giorni fuori dalla macchina e verifichiamo il ripristino con regolarità, perché una copia non verificata è un’ipotesi, non una copia, e la differenza tra le due la si impara una volta sola.

Che cosa succede il giorno in cui Lei se ne va

La migrazione in ingresso è pubblicizzata quasi ovunque, perché i provider trasferiscono i siti verso di sé senza costi, in fretta e a volte nello stesso giorno, ma la migrazione in uscita nei contratti compare assai più di rado, e proprio lì stanno i costi che nessuno calcola prima di firmare. L’asimmetria è del tutto logica dal punto di vista del venditore e altrettanto cara dal punto di vista di chi compra.

Nel contratto di Hostinger è scritto senza ambiguità: il provider non trasferirà e non sposterà il contenuto del sito o del server presso un altro provider e, se il cliente non ha spostato il contenuto prima della fine del contratto, il contenuto viene cancellato e una copia non si può più ottenere. Non è un’interpretazione e non è una nostra ipotesi, ma una sezione del contratto; allo stesso modo i backup del Cloud Server di Hetzner vengono cancellati insieme al server, quindi nel momento in cui l’account viene chiuso scompare anche la storia, e le copie di DigitalOcean, come già detto, non si possono scaricare.

Metta insieme questi tre fatti, e ne viene una situazione in cui andarsene è possibile solo se lo si pianifica prima: il sito va copiato mentre l’account è ancora attivo, il database va esportato, le caselle di posta vanno spostate, la gestione del dominio va ripresa, e solo dopo si può chiudere il contratto. L’ordine in cui lo si fa conta più della velocità, perché ciascuno di questi passi da solo è semplice, ma nella sequenza sbagliata si bloccano l’un l’altro, e l’unico momento in cui la sequenza non si può più correggere è quello in cui l’account è già chiuso.

Prima di firmare conviene perciò porre una domanda che svela quasi tutto il resto, cioè che cosa esattamente il provider consegna a un cliente in uscita e in quale forma; la risposta di solito è rapida e chiara, e permette di confrontare due offerte assai meglio di qualsiasi parametro tecnico. A questa domanda noi rispondiamo consegnando configurazione e dati su richiesta, ed è un punto di scelta deliberato, non una cortesia, perché un cliente che non può andarsene non è un cliente che è rimasto.

Quando il provider tratta dati personali per Suo conto

L’hosting significa quasi sempre che qualcun altro detiene fisicamente i dati dei Suoi clienti, e nel senso del regolamento generale sulla protezione dei dati l’impresa di cui è il sito è di solito il titolare del trattamento, mentre il provider di hosting è il responsabile del trattamento. Hostinger, nel proprio contratto, lo dice in modo diretto, indicando che il cliente resta in ogni momento titolare del trattamento, e non è un dettaglio formale, perché da questa ripartizione discendono obblighi che nel contratto devono comparire scritti, e una responsabilità che resta a Lei indipendentemente da chi tiene il server.

L’articolo 28 del regolamento richiede che il rapporto tra titolare e responsabile sia disciplinato per iscritto e che il contratto contenga punti precisi su quali dati si trattano, per quanto tempo, per quale finalità, con quali misure di sicurezza e con quali altri responsabili. In pratica lo si chiama contratto di trattamento dei dati, e i provider seri lo propongono da sé, spesso come documento separato da accettare in sede di registrazione; se un provider un documento del genere non lo offre affatto, è un segnale di quanto seriamente lì si prendano anche gli altri obblighi.

Il punto più interessante sta proprio alla fine, perché l’articolo 28, paragrafo 3, lettera g), del regolamento prevede che il responsabile del trattamento, su scelta del titolare, cancelli o gli restituisca tutti i dati personali dopo che è terminata la prestazione dei servizi relativi al trattamento e cancelli le copie esistenti, salvo che il diritto dell’Unione o degli Stati membri preveda la conservazione dei dati. È un obbligo che scatta proprio nel momento dell’uscita e riguarda i dati personali degli utenti del Suo sito, ma non i file del sito, la configurazione o il codice, e proprio questo confine è quello che più spesso si fraintende: il regolamento assicura l’elenco dei clienti, non il sito.

Da ciò segue un passo pratico prima di firmare, cioè chiedere se il provider ha un contratto di trattamento dei dati, dove si trova e che cosa vi è scritto sulla restituzione e sulla cancellazione dei dati dopo la fine del contratto. Chieda anche dove stanno fisicamente i server, perché, sebbene il regolamento non imponga di conservare i dati in Italia, una città concreta nel contratto vale assai più della parola Europa, e Germania e Finlandia sono nello Spazio economico europeo come l’Italia, perciò la scelta tra di esse è una questione di esercizio, non di conformità.

Che cosa dà il regolamento sui dati e che cosa non dà

Dal 12 settembre 2025 si applica il regolamento (UE) 2023/2854 del Parlamento europeo e del Consiglio, il regolamento sui dati, e il suo capo VI si intitola «Passaggio tra servizi di trattamento dei dati»: l’articolo 23 chiede di eliminare gli ostacoli che impediscono di passare a un fornitore di un servizio dello stesso tipo, a un’infrastruttura TIC locale o, se del caso, di utilizzare contemporaneamente più fornitori. L’articolo 25, «Clausole contrattuali relative al passaggio», stabilisce che il termine massimo di preavviso per l’avvio del processo di passaggio non può superare i due mesi e che segue un periodo transitorio di trenta giorni di calendario, mentre a decorrere dal 12 gennaio 2027 i fornitori non potranno più imporre tariffe di passaggio.

È uno strumento forte, e proprio per questo occorre conoscerne i limiti, perché il regolamento si applica ai servizi di trattamento dei dati come definiti all’articolo 2, punto 8), cioè a «un servizio digitale fornito a un cliente e che consente l’accesso di rete universale e su richiesta a un pool condiviso di risorse informatiche configurabili, scalabili ed elastiche di natura centralizzata, distribuita o altamente distribuita e che può essere rapidamente erogato e rilasciato con un minimo sforzo di gestione o interazione con il fornitore di servizi». Un Cloud Server che si può accendere e spegnere a ore vi rientra; un account di hosting condiviso pagato in anticipo per un anno, che non si può né scalare né rilasciare su richiesta, non sempre vi rientra, e va valutato caso per caso.

C’è anche un secondo confine, facile da confondere e che già si è tentato di usare in sede di vendita: nei considerando del regolamento è detto in modo esplicito che le spese standard di servizio per la fornitura dei servizi di trattamento dei dati in quanto tali non costituiscono tariffe di passaggio. Il regolamento sui dati non vieta il prezzo d’ingresso, non limita il prezzo di rinnovo e non abroga i contratti a termine, e un corrispettivo proporzionato per la risoluzione anticipata di un contratto a termine resta lecito, perciò un’impresa che spera che il regolamento risolva la fattura raddoppiata aspetta da esso ciò che esso non promette: regola il passaggio, non la politica dei prezzi.

Allo stesso modo non serve richiamarsi all’articolo 20 del regolamento generale sulla protezione dei dati, ed è un errore che compare persino nelle presentazioni dei consulenti, perché il diritto alla portabilità dei dati spetta all’interessato rispetto ai dati personali che lo riguardano, da lui forniti a un titolare del trattamento. Non dà a un’impresa il diritto di ricevere il proprio account di hosting, il database o i file del sito, perché lì il soggetto è un altro e l’oggetto è un altro, perciò la via d’uscita di un’impresa passa dal contratto e, se il servizio rientra nella definizione, dal capo VI del regolamento sui dati.

Domande da porre prima della firma

Tutto quanto precede converge in un piccolo insieme di domande che si possono porre a qualsiasi provider e le cui risposte sono confrontabili tra loro: in quanti minuti si traduce la percentuale di disponibilità promessa e che cosa sta nell’elenco delle eccezioni, se l’indennizzo va chiesto e entro quanto tempo, quale è il prezzo dopo il primo periodo, se il contratto si rinnova in automatico e con quanto anticipo va comunicata la disdetta. Lì appartengono anche le domande sui backup, cioè quanto a lungo si conservano, se sono un obbligo contrattuale o una cortesia, se Lei può ripristinarli e se si possono portare fuori.

Seguono le domande sull’uscita, che porre è il più scomodo e il più utile: che cosa il provider consegna se il cliente si trasferisce, e in quale forma, se aiuta con il trasferimento o rifiuta in modo esplicito, che cosa succede del contenuto dopo la fine del contratto e quanto a lungo resta ancora disponibile. Conviene chiedere anche se il servizio rientra nella definizione di servizio di trattamento dei dati del regolamento sui dati e, se non vi rientra, quali regole di transizione sono scritte nel contratto; il disagio, qui, è proprio ciò che rende le domande preziose, perché in una conversazione di vendita le si pone di rado e le risposte, perciò, non sono preparate.

E infine le domande sulle risorse, nascoste sotto la parola illimitato: nella pagina di prezzi di Hostnet questa parola riguarda il traffico e sta nella stessa tabella di un limite sul numero di file, che per il piano MINI è di quattrocentomila, mentre nel piano di Hostinger, il cui nome stesso è Unlimited, restano tetti di processore, memoria, disco e numero di file. Nei documenti della stessa impresa, per di più, è scritto che l’illimitatezza riguarda l’ospitare siti, non la conservazione o l’archiviazione dei file, perciò la parola designa un parametro, non tutti, e la domanda che lo svela è del tutto diretta: quali parametri sono limitati, e a quale numero.

Se queste domande sembrano troppe per una fattura di hosting, conviene ricordare qual è l’alternativa, perché un sito che non si può trasferire è un sito il cui prezzo lo decide qualcun altro, e questa dipendenza compare proprio quando è più scomoda. La conversazione sul trasferimento è sempre più facile da condurre finché il contratto non è ancora firmato, perché in quel momento Lei ha l’unico argomento che al provider importa; se vuole che queste domande le poniamo noi, ci scriva, e leggiamo il contratto insieme a Lei.

FAQ

Domande frequenti.

Che cosa significa davvero il 99,9% di disponibilità in un contratto di hosting?

Significa la base di calcolo dell’indennizzo, non la promessa che il sito funzionerà. Se la disponibilità è inferiore a quella promessa, il provider di solito riconosce un credito sulle fatture successive, non versa denaro, e la maggior parte dei contratti chiama questo credito l’unico rimedio disponibile. Inoltre l’indennizzo quasi sempre va chiesto di persona entro un termine fissato: Hetzner dà quattordici giorni dalla fine del mese, Google Cloud sessanta giorni. L’elenco delle eccezioni è almeno altrettanto importante della percentuale stessa, perché di solito vi rientrano la manutenzione programmata e tutto ciò che è stato causato dal software o dalla configurazione del cliente.

Perché la fattura dell’hosting nel secondo anno è più alta che nel primo?

Perché il prezzo pubblicizzato è il prezzo del primo periodo, e il prezzo pieno sta nella stessa pagina, meno in evidenza. Il piano Economy di GoDaddy, nel settembre 2026, costava 6,99 dollari al mese nel primo anno e si rinnovava a 11,99. Il piano Premium di Hostinger, dopo quarantotto mesi, si rinnovava a 10,99 dollari dopo un prezzo d’ingresso di 2,99. Hostnet MINI 2,99 € contro 5,99 € è la frequenza di pagamento, non il prezzo del primo e del secondo anno. Nessuno nasconde nulla, ma la decisione si prende sulla prima colonna e si paga sulla seconda. Calcoli il totale a cinque anni al prezzo di rinnovo e confronti le offerte su quello.

I diritti dei consumatori proteggono un’impresa se il prezzo dell’hosting sale di colpo?

No. La direttiva 93/13/CEE e il Codice del consumo si applicano alle persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale. Una società a responsabilità limitata che compra l’hosting per il proprio sito non è un consumatore. Nei rapporti tra imprese si applica il Codice civile, con una libertà di contrarre sostanzialmente più ampia. Il salto di prezzo dopo il primo periodo non è impugnabile come clausola vessatoria ai sensi dell’articolo 33 del Codice del consumo. Resta però l’articolo 1341, secondo comma, del Codice civile: la tacita proroga o rinnovazione del contratto, e la facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, non hanno effetto se non sono specificamente approvate per iscritto. Leggere il contratto prima di firmarlo e pattuire ciò che non è accettabile resta comunque necessario.

In che cosa il backup del provider è diverso dalla mia copia?

Nel fatto se lo si può ripristinare quando serve a Lei, e se è affatto un obbligo contrattuale. OVHcloud, nella propria documentazione, scrive che i backup dell’hosting condiviso non sono contrattuali e che il ripristino sovrascrive l’intero contenuto dello spazio. Nel contratto di Hostinger la copia è una cortesia, che può cambiare in qualsiasi momento, si conserva due settimane, e gli account sopra i trenta gigabyte vengono esclusi dalla copia esterna. I backup di DigitalOcean non si possono scaricare. Chieda quanto a lungo si conservano le copie, con quale granularità si può ripristinare, se lo può fare Lei e se la copia si può portare fuori.

Il regolamento sui dati mi consente di passare in qualsiasi momento a un altro hosting?

Solo se il servizio rientra nella definizione di servizio di trattamento dei dati di cui all’articolo 2, punto 8), del regolamento (UE) 2023/2854. Un Cloud Server che si può accendere e spegnere su richiesta di solito vi rientra; un account di hosting condiviso pagato in anticipo per un anno non sempre. Dove il regolamento si applica, il termine di preavviso per l’avvio del processo di passaggio non può superare i due mesi e il periodo transitorio è di trenta giorni di calendario, ma le tariffe di passaggio spariranno soltanto a decorrere dal 12 gennaio 2027. Il regolamento non limita il prezzo dopo la scadenza del periodo, perché una spesa standard di servizio non è una tariffa di passaggio.

SERVIZIO CORRELATO
Hosting gestito e infrastruttura server

Server, hosting e manutenzione nell’UE — a Francoforte, Helsinki o Riga, con monitoraggio 24/7. Gestione completa: aggiornamenti, sicurezza e prestazioni, backup automatici con ripristino verificato, certificati SSL, CDN e protezione DDoS. Migriamo dal Suo hosting attuale senza interruzioni di servizio e scaliamo in base al carico.

Scopra di più →